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VALERIANA… “LA REGINA DEL SONNO”

Radice di valeriana per il trattamento degli stati di irrequietezza e dei disturbi dell’addormentamento di origine nervosa. La valeriana è una pianta perenne con foglie pennate e piccoli fiori bianchi o rosa in corimbo. Pianta originaria dell’Europa e dell’Asia, è presente anche nell’America nordorientale. Nella medicina moderna naturale estratti di radice essiccata impiegati nei medicamenti fiso terapeutici. Ottimo calmante e di induzione del sonno. La radice di valeriana deriva dalla sua combinazione di componenti (mono e sesquiterpeni, lignani, flavonoidi e oli essenziali).

Nella foto sotto capre bianche e nere al pascolo Sempre più ci si pone sul futuro dell’agricoltura e dell’allevamento negli ambienti montani e quali sono le possibili soluzioni per consentire le importante attività primarie nell’ambito di svantaggi naturali Purtroppo gli l’allevamenti zootecnico nell’area alpina ha registrato nell’insieme una forte diminuzione… come numero di capi in allevamenti come numero di aziende. Attività che si tramandano e che perdurano, nonostante le moltitudine di problemi legati alla modernità. La pastorizia ovina transumante, che oggi più che mai essere stata a lungo dimenticata… La transumanza  una pratica antica. Consiste lo spostamento del gregge o della mandria nei pascoli a valle durante la stagione fredda, e in  montagna durante quella estiva. Alla naturale ricerca di cibo che porta il gruppo a viaggiare inseguendone la migliore abbondanza – che nella (cioè la salita e la discesa dal monte) ricorda delle dicerie che raccontavano i pastori dopo una dura giornata di lavoro. A sera il pastore rinchiudeva il gregge all’ovile e contava i capi conta e riconta… ma i conti non tornano manca “Nerina* la sua capretta speciale. Incomincia a ripercorrere i pascoli della giornata e di tanto in tanto chiamando per nome… “Nerina dove sei.” Continua a cercare con il suo cane, ad un tratto poco lontano su un dirupo sente con voce rauca la sua capretta. Stranamente il sole tramonta e le tenebre scendono sulla campagna. Il pastore non si da per vinto, contento di aver trovato Nerina, si appresta a scendere  quel dirupo per salvarla. Ad un bel momento una voce tra il chiaro e scuro diceva: “BUTTALO GIÙ!”. L’altro alle spalle del pastore che era… (IL DEMONIO.) Non posso… ha una foglia di Velleriana nello stivale. Ora immaginatevi la prodezza e il miracolo della pianta, un rimedio che può creare un effetto paradossale eccitante. Si usa per facelitare il sonno.

Capre bianche e nere al pascolo… foto Candido Quatrale

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IL CALZOLAIO… MICHELE MELCHIONNA (Foto di Claudia Cocozzello).

Proprio come dice Claudia…sul tavolino da lavoro di tutto e di più, il suo mondo: pece, martello, chiodini, forbici, trincetto, pinze e, qua e là, sparse scarpe in attesa di essere aggiustate o ritirate… La nobile e rara arte del calzolaio. ll nostro” Michelino fa parte delle ricchezze di Lacedonia… Un’altro mestiere che va scomparendo.

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GIUGNO… FALCE IN PUGNO, La mietitura tratta dal romanzo autobiografico (LA MIA VITA È UN FILM) di Michele Bortone

Fine giugno, immensi campi dorati di grano, cullati dal vento, sembrano onde del mare. Ho il ricordo del vento forte e freddo, delle nuvole che si rincorrono su e giù giocando a nascondersi dal sole. Ricordo come se fosse ieri, in contrada Serralonga, precisamente il 29 giugno, accovacciato in un mucchio di covoni sognavo nuove avventure e altre cose da imparare. Falce in pugno, si mieteva il grano. Non c’erano macchine e se ce n’era qualcuna costava tanto. L’unico sistema economico erano le braccia.

La raccolta del grano avveniva manualmente e ogni membro della famiglia, svolgeva un ruolo ben preciso. Se la forza-lavoro era insufficiente si era costretti ad assumere lavoranti occasionali. Durante il periodo della raccolta del grano, i mietitori camminavano scalzi o, al posto delle scarpe, calzavano pezzi di copertone presi chissà dove; quelli che avevano le scarpe, invece, per non farle consumare le portavano appese in spalla. Portavano addosso anche i ferri del mestiere, ovvero un paio di falci e tutto l’occorrente per la mietitura. In testa invece indossavano un grosso cappello, a falde larghe, per ripararsi dal sole cocente; sulla nuca mettevano un fazzoletto umido per rinfrescarsi il collo.

Spesso il lavoro veniva fatto “a cottimo” dalla “parànze[1]” ben affiatata. A carico del proprietario del fondo era anche il mangiare, compresi ventitré litri di vino pro-capite, per giornata lavorativa. Prima dello spuntare del sole ci si trovava sul posto per iniziare a mietere. Ci si fermava solo per mangiare. La colazione era a base di insalata di pomodori, cipolla, cetrioli e formaggio di capra. Le persone della parànze mietevano il grano e lo posavano a terra. Altre due si occupano di raccogliere le bracciate, mettendole insieme formando un covone. Un’altra, infine, li raccoglieva e li posava in un determinato posto. Un lavoro che mi spettava, durante la giornata. Mi occupavo di portare da bere ai mietitori, di tenere al fresco l’acqua e il vino; usavamo fare un buco nel terreno, si copriva la fiasca con stracci bagnati, e ci si posavano sopra dei covoni di grano.

A mezzogiorno controllavo che non mancasse niente. Si pranzava, in un unico piatto, grande e smaltato, che conteneva pastasciutta con salsiccia e pezzi di filetto di maiale conservati sotto sugna. Le cinque persone si sdraiavano poi su una coperta, sotto un ombrellone, ognuno mangiava la sua parte senza sconfinare. Il tutto accompagnato da buon vino, salumi e prosciutto nostrano.

«Si fanno ticchi ticchi», come diciamo in dialetto lacedoniese.

E poi c’era la meritata siesta fino alle tre del pomeriggio. Era pericoloso, restare con la testa sotto il sole cocente. La siesta era in aperta campagna, sotto due grandi ombrelloni; ci si addormentava all’ombra e ci si svegliava sotto il sole. Non c’erano alberi, ci si spostava come girava l’ombra. Più di una volta la pennichella pomeridiana era disturbata dai morsi delle formiche. Il mietitore infastidito si alzava allora borbottando!

«Andiamo a vedere i sostituti dove sono arrivati», diceva. Stupito esclamava poi: «Ma quelli non hanno fatto proprio niente, è tutto come l’abbiamo lasciato!»

Sotto un sole cocente i canti dei mietitori, echeggiavano.

«Padrone, vuoi mète ru grane, è ’adduce sauzicchie e maccarune». («Padrone se vuoi mietere il grano, devi portare, salsicce e maccheroni). Altri canti, per coloro che raccoglievano bracciate di grano per trasformarli in covoni. «Piglie la fiaschè e và pè l’ande[2], nun date a bève a lu jèrmitatore. Quire rèste li jèrmite avante, per fare spigulà[3] ’ste doie figliole».

(«Prendi la fiasca del vino e vai, non dare da bere a quei due che raccolgono le bracciate. Loro lasciano le bracciate di grano per terra, per le due ragazze».)

A sera al tramonto del sole, strada facendo, i contadini si chiedevano tra loro: «Hai finito… domani dove vai?». «Ho finito di mietere», rispondeva l’altro, «devo tornare per raccogliere i covoni, una mezza giornata».

La giornata di lavoro cominciava alle quattro del mattino e finiva alle otto di sera. A tarda sera, poi, seduti al fresco, ci raccontavamo le avventure della giornata. Mia madre preparava il sugo e al mattino, di buon’ora, cuoceva la pasta, la condiva e la portava in campagna per il pranzo di mezzogiorno. La mietitura durava all’incirca tre settimane. Poi si ricominciava con un altro lavoro: trasportare i covoni all’aia più vicina.

Durava quindici giorni, ma tutto dipendeva dal raccolto. Altri sacrifici, per non farsi mordere dalle mosche e dai tafani, che succhiavano il sangue anche all’asino. Ci si alzava alle quattro del mattino. L’asino con “gegne[4]”, per il trasporto dei covoni dalla campagna all’aia. Sull’aia una persona capace, bravo come un muratore, li affilava e faceva un “pignone[5]”. Un’opera d’arte, considerando che restava esposto sull’aia, al vento e alla pioggia. Una meraviglia, tutti uguali, a base rotonda; poi man mano a restringersi.

I mestieri del contadino erano la semina, la mietitura, il trasporto dei covoni, la trebbiatura, pulire il terreno dalle stoppie. Lo faceva prima che il tempo cambiasse, altrimenti le stoppie si bagnavano e non bruciavano. Il tempo passava lasciando il segno della vita, giorni tristi si susseguivano lasciando momenti di tristezza e solitudine.

1)Gruppo formato da quattro mietitori e un legatore, adibito alla legatura dei covoni.

2) L’ande: una determinata larghezza di grano da mietere.

3) Spigolare: persone che raccolgono spighe di grano nelle messi.   

4) Gegne: attrezzi in legno per il trasporto dei covoni.

5) Pignone: Un assieme di covoni esposti sull’aia in attesa della trebbiatura.

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MICHELE BORTONE Autore-Compositore-Organizzatore C/o Edizioni Discografiche e Letterarie SaFm Records

Foto libri e la musica la si può acquistare su tutti gli stori.

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Autore, compositore, poeta e scrittore di delicata sensibilità artistica. È presidente dell’Associazione Culturale “Lacedonia” (che organizza il Premio Internazionale “Francesco De Sanctis” di poesia, narrativa, pittura e musica), direttore della Safm Records ed organizzatore del Festival “Ci incontriamo a Lugano”. Nato a Lacedonia, nella verde Irpina, vive in Svizzera dal 1968. Ha composto poesie di rara semplicità e purezza che, con i testi e le musiche, ha depositato alla Suisa di Zurigo. Il suo nome è diventato di anno in anno sempre più noto e l’artista è anche apprezzato per la precisione con se stesso e con gli altri e per la sua gioia di vivere in compagnia, che si riscontra anche sei suo versi. Tra i suoi successi “Pazzo amore” (il brano inciso nel 1980 ed il cui testo e musica sono inseriti, insieme a tanti altri suoi successi, in un volume dallo stesso titolo, stampato nel 1996); “Fiori d’arancio” (testo da lui stesso musicato, con cui ha vinto nel concorso “Primavera abruzzese); “Ci incontriamo a Lugano” (inserito nel ’91 in una compilation contenente anche brani di Little Tony e Carmelo Zappulla); “Dedicato a un’amica” testo primo classificato nel ’94 in un concorso); “Oltre il tramonto” (secondo classificato nel ’95 al concorso che porta lo stesso titolo del testo); “L’amore”; “Claudia”, ecc. Altre sue canzoni sono inseriti nel CD “Il meglio di Michele Bortone” Il suo nome fra l’altro inserito nell’Antologia “I contemporanei della Comunità Europea. Ha pubblicato nel 2015 un volume di pagine 308 “La Baita Dalle Betulle Rosse”, (Edizioni Safm Records Lugano) stesso volume Edito dalle Edizioni Eremon. Aprile 2017 Con la Astro Edizioni “LA RAGAZZA DAGLI OCCHI TRISTI” Febbraio 2018 “LA MIA VITA È UN FILM” (Edito dalla Youcaprint self-Publishing. La musica e sui libri. la si può acquistare su tutti gli stori Con la Safm Records ha a disposizione, per ogni tipo di manifestazione, un tastierista e un cantante che presentano un ricco repertorio di brani genere liscio, anni ’60, ritmi latino-americano, jazz e rock.

IL MEGLIO DI MICHELE BORTONE (3)

IL MEGLIO DI MICHELE BORTONE